domenica 16 dicembre 2012

RECENSIONE “MOONRISE KINGDOM – UNA FUGA D’AMORE”

di: Luca D’Albis

In un’isola al largo del New England, nell’estate del 1964, per i dodicenni Sam, boyscout orfano, e Suzy, borghese figlia di avvocati, è amore a prima vista. Sentono di aver trovato uno nell’altra la persona che può colmare il senso di vuoto e di incompiutezza che li opprime e decidono così, un anno dopo, di fuggire all’interno della fitta vegetazione che ricopre l’isola per coronare il loro sogno d’amore. La fuga dei due giovani costringe gli adulti a cercarli, mentre una furiosa tempesta sta per abbattersi sull’isola.
Parlare di un film di Was Anderson è come rammentare un vecchio gioco che si era soliti giocare nel periodo della fanciullezza e le sensazioni che ne conseguono: nostalgia, rammarico, divertimento, spensieratezza ecc. Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore non fa eccezione, presentandosi come un autentico gioiellino della commedia autoriale americana e come uno dei pilastri della filmografia del regista americano.
Tuttavia sarebbe un increscioso errore classificare la pellicola come una semplice commedia: essa è qualcosa di più. Maggiormente identificabile come un dramma adolescenziale camuffato da fiaba, che illustra con calda freddezza il passaggio della pubertà e dell’impacciata inettitudine degli adulti di fronte a questo cambiamento fisico e mentale.
Interessante come Anderson dipinga la componente giovanile del film con una maggiore maturità rispetto a quella adulta. Il capo-scout Ward (un grande Edward Norton) e i coniugi Bishop, genitori si Suzy, (dei magnifici Bill Murray e Frances McDormand), così come il capitano della polizia Sharp (Bruce Willis) si comportano in modo infantile, bambinesco, puerile, dimostrando di non essere in grado di gestire le situazioni.
Come nella maggior parte dei film precedentemente girati, Anderson dimostra di avere particolarmente a cuore la tematica del rapporto genitori/figli: il giovane Sam soffre della mancanza di una figura genitoriale e passa da un tutore all’altro per via del suo carattere difficile e introverso, mentre Suzy non riesce a creare un rapporto di dialogo con i propri genitori, finendo per essere incompresa.
Uno degli elementi stilistici del film è il fatto di essere una convergenza di diverse forme d’arte, inglobate nella pellicola e posizionate, incastrate, organizzate come un grande Puzzle: pittura, musica (meravigliosa la traccia di The Young Person’s Guide to the Orchestra di Britten che accompagna i titoli di testa con la voce di un bambino che presenta), teatro e letteratura coesistono come massima espressione della realtà. Ciò dimostra come Anderson, più di altri della sua generazione, possieda una visione orientata a 360°, capace di utilizzare il cinema non solo come un semplice strumento dell’arte bensì come catalizzatore di tutte le arti.
Oltre ad essere un esteta del cinema postmoderno, è doveroso riconoscere ad Andrson una sorprendente abilità nel gestire gli attori: la prova del cast è incredibile, a partire dai due giovani debuttanti che interpretano i protagonisti, Jared Gilman e Kara Hayward, che dimostrano una grande professionalità nella loro interpretazione.     
Sempre affascinante come Anderson giochi con il film, adottando una regia ludica fatta di movimenti di macchina che riprendono gli interni come se fossero delle enormi “case delle bambole” e le prospettive dall’alto sugli oggetti che danno allo spettatore un senso di immedesimazione e di presenza all’interno della scena.
Così come alla 65° mostra del cinema di Cannes (di cui è stato il film d’apertura) ha sorpreso il pubblico della Croisette, Moonrise Kingdom – Una storia d’amore sorprende anche adesso all’uscita nei cinema, presentando un estetica che trascende la realtà senza tuttavia tralasciare quegli aspetti crudi che la vita propone.
Non posso fare a meno di consigliarlo, anche perché penso con certezza che Moonrise Kingdom, insieme a I Tenenbaum,  possa essere considerato uno dei capolavori del regista.


Voto: 8

lunedì 3 dicembre 2012

RECENSIONE “LAWLESS”

di Luca D’Albis

Nel 1931, in pieno proibizionismo, i tre fratelli Bondurant, Howard (Jason Clarke), Forrest (Tom Hardy) e Jack (Shia LaBeouf) sono i più astuti e abili contrabbandieri di alcolici della contea di Franklin, in Virginia, e vivono nella leggenda di essere invincibili e di poter vivere in eterno.
Tutto è destinato a cambiare con l’arrivo del nuovo procuratore distrettuale e del suo viscido e luciferino vice-sceriffo Charlie Rakes (Guy Pearce) che cercheranno con ogni mezzo, anche quello più subdolo e illegale, di sopprimere il mercato clandestino di alcolici e di mettere i bastoni tra le ruote ai fratelli Bondurant. A questo punto, la linea che separa i buoni dai cattivi non sarà più così definita.
Presentato in concorso al festival di Cannes 2012, l’ultimo lavoro del regista australiano John Hillcoat, tratto dal romanzo La contea più fradicia del mondo, si mostra come una fiaba dai toni cupi, feroci e selvaggi, dove la risolutezza di tre fratelli si deve scontrare con la crudezza di un ambiente nel quale la presenza della legge non è contemplata se non quella della sopravvivenza del più forte.
Nella struttura basica Lawless attinge molto dalle precedenti opere del regista: come nel western La proposta i protagonisti sono tre fratelli e come nel post-apocalittico The Road è presente una riflessione sul concetto di bene e male all’interno di un contesto selvaggio. Ma il tema principale che lega tutte e tre le pellicole è la figura della famiglia, e più precisamente della compattezza della famigli di fronte alle avversità.
Anche se mediamente godibile, il film soffre di una sceneggiatura molto sciatta che fatica a rimanere stabile fino alla fine e, nonostante il fascino di alcune scene, la struttura complessiva sembra essere disconnessa, confusionaria e irregolare. Hillcoan tenta con goffaggine di inserire elementi che vorrebbero essere d’effetto ma che portano solamente a confondere lo spettatore.
La prova recitativa del cast è complessivamente accettabile, se non fosse per l’inespressività di Shia LaBeouf, totalmente spaesato all’interno del contesto. Nonostante ciò, si può apprezzare la presenza di un Tom Hardy in forma, di una bella e brava Jessica Chastain, di un ottimo Gary Oldman, anche se purtroppo viene ritagliato poco spazio al suo personaggio, e soprattutto di un ottimo Guy Pearce che con il suo vice-sceriffo Rakes da viso e movenze a un personaggio fuori dagli schemi e ben costruito.
Ci si sarebbe aspettati qualcosa di più interessante dal regista di The Road, considerando come abbia dimostrato in passato di sapersi muovere con abilità nel cinema di genere, tuttavia il risultato finale si è rivelato insoddisfacente: un prodotto postmoderno che si impantana nel genere stesso.
Si spera che in futuro Hillcoat sappia proporci un film più consono alle sue qualità, capace di ridarci quel senso di desolazione che si è provato durate la visione di The Road.


Voto: 5 

giovedì 15 novembre 2012

RECENSIONE “LA COLLINA DEI PAPAVERI”

di Luca D’Albis

Passato più velocemente di una cometa nelle sale italiane, si presenta a noi dopo più di un anno dall’uscita in Giappone La collina dei papaveri, secondo film di Goro Miyazaki, figlio del ben più noto Hayao, qui in veste di sceneggiatore, e trasposizione dell’omonimo shojo manga di Tetsuro Salama.
Nella Yokohama del 1963, la giovane Umi, ogni mattina, issa delle bandiere di segnalazione sull'asta situata nel giardino della casa-pensione dove vive con la nonna, i fratelli e qualche pensionante loro ospite.
Ogni mattina le risponde dalla barca del padre adottivo Shun, diciassettenne impetuosos e politicamente impegnato per la protezione del "Quartier Latin”, sede dei club scolastici e centro di cultura per gli studenti.
Dal giorno in cui si incontrano a scuola, tra Umi e Shun nasce una profonda amicizia che presto si trasforma in amore, tuttavia questi loro sentimenti dovranno scontrarsi con un oscuro mistero che proviene dal passato.
Dopo il non perfetto e prematuro I racconti di Terramare, Goro Miyazaky prende la saggia decisione di procedere con cautela e prevenzione, affidandosi alla mano più esperta e capace del padre in fase di scrittura e concentrando le sue attenzioni su un genere forse più gestibile del fantasy, ovvero il melodramma giovanile.
Strutturato a metà tra il giallo e il melodramma, La collina dei papaveri è un anime sulla ricerca dell’identità. I due giovani protagonisti per poter stare insieme devono prima capire chi sono e quale sia il significato della vecchia fotografia raffigurante il padre di Umi, morto tragicamente durante la Guerra di Corea, che entrambi possiedono.
La ricerca di un identità non solo anagrafica ma anche spirituale, una comprensione più approfondita del ruolo che si ha all’interno di un contesto e di un ambiente in fase di mutamento. Non è casuale il fatto che la storia avvenga un anno antecedente alla celebrazione delle Olimpiadi di Tokyo del 1964, le prime della storia a svolgersi su suolo asiatico, e nemmeno che la protezione e la conservazione della cultura storica del paese diventi uno dei temi centrali del film: l’impossibilità di rinnegare il passato per poter avere uno sguardo più speranzoso al futuro che si contribuisce a costruire.
La stessa animazione rispecchia la morale centrale della narrazione, avvalendosi dell’utilizzo di tecniche moderne e digitali, senza tuttavia abbandonare quelle classiche e artigiane che hanno caratterizzato negli anni i capolavori dello Studio Ghibi e più in generale della nobile tradizione dell’animazione giapponese.   
Affascinante il fatto che elementi naturali come il mare, la vegetazione e la pioggia, si fondano perfettamente nel contesto urbano, caratterizzato dalla presenza di case, strade, lampioni, porti e barche.
Pur essendo una storia semplice e meno ambiziosa come poteva essere Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, precedente lavoro dello Studio Ghibi, il tutto viene abilmente orchestrato, merito soprattutto della sceneggiatura di Miyazaky (padre), e accompagnato da una melodiosa colonna sonora che rimane presente per buona parte del film.
Forse non è uno dei migliori film dello Studio Ghibi, tuttavia non pretende neanche di esserlo, ed è in questo fatto che risiede la vera forza di La collina dei papaveri: la forza della non pretesa e del semplice raccontare una storia; una storia d’amicizia, d’amore e di purezza nel conservare la propria identità.


Voto: 7+


lunedì 12 novembre 2012

RECENSIONE “TED”

di Luca D’Albis

Tutti noi, almeno una volta in tenera età, abbiamo sognato fortemente che il nostro peluche preferito perdesse quello stato d’immobilità in cui è relegato per prendere vita e giocare con noi. Ma cosa succederebbe se ciò accadesse realmente?
Una possibile e… personale risposta, prova a darcela Seth MacFarlane creatore de I Griffin qui al suo debutto come regista, narrandoci una fiaba dai toni cartooneschi che rimane tuttavia fedele allo stampo grottesco, demenziale e Politically Uncorrect che caratterizzano le sue serie animate.
Pensato in principio come una serie a cartoni animati, Ted racconta la storia di John (Mark Wahlberg) che, la notte di Natale del 1985, esprime il desiderio che il suo orsacchiotto Ted potesse prendere vita. Il suo desiderio magicamente si avvera. Tuttavia Ted, all’apparenza tenero e coccoloso, è in realtà trasgressivo, volgare e immaturo, sempre pronto a trascinare John in qualche follia. Ciò porterà non poche difficoltà a John, soprattutto se vuole mantenere un rapporto stabile con la sua fidanzata Lori (Mila Kunis).
In questa commedia per adulti che in fondo vorrebbero, come il protagonista, rimanere dei bambinoni, degli eterni Peter Pan all’interno di un Isola che non c’è artificiale, MacFarlane spoglia l’orsacchiotto della sua immagine originaria di purezza e semplicità per dare forma e voce (è lui a doppiare Ted in originale) a una versione dissacrante, incontrollabile, non convenzionale ed estranea alla consueta forma di balocco.
Più che sulla storia, si può dire che Ted è un film che vive sul citazionismo più spudorato: dagli elementi più semplici e scenografici come poster di film famosi o programmi televisivi, a camei di spessore come Ryan Reynolds, Tom Skerritt, Norah Jones e, soprattutto, Sam J. Jones.
Soddisfacente è la prova di Mark Wahlberg e di Mila Kunis che si prestano bene alla farsa e formano insieme a Ted/MacFarlane un triangolo comico dalla buona alchimia.
Pur avendo momenti di spassosa comicità, il film tende a delineare il profondo limite che separa l’animazione dal Live-Action, e il cinema dalle serie televisive. MacFarlane, probabilmente troppo abituato allo schema seriale ed episodico della TV, non riesce a stabilizzare la pellicola per tutti i cento minuti, causando non poche lacune, soprattutto nella parte centrale.
Forse il più grande difetto del film è che non riesce ad esorcizzare quel senso di Déjà vu che aleggia per tutta la durata, dando allo spettatore la sensazione di assistere ad una lunga puntata de I Griffin o di American Dad. Inoltre, spesso, sembra quasi che Ted rimpianga il fatto di non poter essere un cartone animato e, di conseguenza, non possedere quelle possibilità quasi illimitate che caratterizzano i personaggi dei Cartoon.
Tuttavia il film, con il suo tratto “demenziale” ma allo stesso tempo intellettuale diverte e non sono pochi i momenti in cui sono spontanee delle sonore risate, soprattutto se si riescono a cogliere quelle “strizzate d’occhio” che il regista ci rivolge con dissacrante ironia. Perciò non me la sento di non consigliarlo, soprattutto a tutti coloro che amano il tocco tagliente, satirico e scorretto di MacFarlane.


Voto: 6

sabato 10 novembre 2012

RECENSIONE “IO E TE”

di Luca D’Albis

Dopo nove anni d’assenza e tanta attesa da parte dei suoi estimatori, Bernardo Bertolucci torna dietro la macchina da presa con Io e te, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti e ritorno del regista alla lingua italiana (era dal 1981 con  La tragedia di un uomo ridicolo che Bertolucci non girava un film interamente in italiano).
La storia narra di Lorenzo, adolescente chiuso e introverso, che all’insaputa di tutti si nasconde nella cantina del suo palazzo invece di partire con la scuola in “settimana bianca”. Tuttavia, durante la permanenza, subentra la sorellastra (da parte di padre) Olivia, tossica catanese che sconvolge il precario equilibrio che Lorenzo s’è costruito. In questi giorni di convivenza, i due hanno modo di conoscersi profondamente e di fare luce sulle tenebre che portano dentro.
Presentato fuori concorso alla 65° mostra del Festival di Cannes, con Io e te Bertolucci prosegue il discorso sulla alienazione adolescenziale, già trattato in Io ballo da sola e The Dreamers, con un film sulla solitudine; la solitudine di due individui molto diversi, ma allo stesso tempo, molto simili, che cercano di fuggire dalla realtà esterna, opprimente e esasperante, per rifugiarsi nel luogo che più concretamente rappresenta il loro stato di emarginazione.
Un elemento chiave per comprendere la profonda e tormentata psicologia dei protagonisti, deve essere ricercato nel travagliato rapporto che questi hanno con i genitori: Lorenzo è afflitto da una condizione di amore e odio per una madre eccessivamente apprensiva (complesso di Edipo?), mente Olivia prova un odio intrinseco per la madre di Lorenzo, che accusa di aver portato via suo padre da lei (complesso di Electra?).
La caratteristica principale del film è la radicata presenza di simbolismi che delineano non solo la figura dei personaggi, ma anche quella della cantina stessa. La cantina è parte di loro come loro sono parte della cantina, in un processo di reciproca fusione tra persona e ambiente.
Oltre alla componente simbolica dell’ambiente, all’interno della pellicola si nota la presenza di alcuni elementi zoologici che delineano la difficoltà del protagonista di approcciarsi al mondo: Lorenzo possiede come animali domestici un piccolo esemplare di armadillo, rappresentazione della sua condizione di ragazzo chiuso, e una colonia di formiche che, bloccate all’interno di una teca, finiscono per diventare espressione della sua “prigionia”.   
Un discorso e una poetica che tuttavia proseguono con una certa lentezza e, per certi versi, portati solo in parte a termine. Si ha la sensazione che Bertolucci preferisca non dare una propria risposta al film, bensì lasciare le conclusioni allo spettatore, libero di dare una propria interpretazione. Seppur lodevole, questa scelta potrebbe lasciare una certa insoddisfazione nello spettatore, che si aspetta un risvolto conclusivo concreto.
Anche se, a mio giudizio, questo film è un lavoro minore del regista parmense, bisogna comunque apprezzarne la regia fluida, che rimane encomiabile, e ,soprattutto, la meravigliosa fotografia di Fabio Cianchetti, superba nella delineazione dei contrasti fra luce e ombra, notte e giorno, nascosto e rivelato.
Anche se ancora acerba, l’interpretazione degli esordienti Jacopo Olmo Antinori (Lorenzo) e Tea Falco (Olivia) è apprezzabile: bravi nel dare le giuste sfaccettature ai loro personaggi.
Detto ciò non ci resta che attendere con fervore il prossimo progetto del regista e dire con sommo piacere “BENTORNATO MAESTRO!”.   


Voto: 6 ½