sabato 10 novembre 2012

RECENSIONE “IO E TE”

di Luca D’Albis

Dopo nove anni d’assenza e tanta attesa da parte dei suoi estimatori, Bernardo Bertolucci torna dietro la macchina da presa con Io e te, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti e ritorno del regista alla lingua italiana (era dal 1981 con  La tragedia di un uomo ridicolo che Bertolucci non girava un film interamente in italiano).
La storia narra di Lorenzo, adolescente chiuso e introverso, che all’insaputa di tutti si nasconde nella cantina del suo palazzo invece di partire con la scuola in “settimana bianca”. Tuttavia, durante la permanenza, subentra la sorellastra (da parte di padre) Olivia, tossica catanese che sconvolge il precario equilibrio che Lorenzo s’è costruito. In questi giorni di convivenza, i due hanno modo di conoscersi profondamente e di fare luce sulle tenebre che portano dentro.
Presentato fuori concorso alla 65° mostra del Festival di Cannes, con Io e te Bertolucci prosegue il discorso sulla alienazione adolescenziale, già trattato in Io ballo da sola e The Dreamers, con un film sulla solitudine; la solitudine di due individui molto diversi, ma allo stesso tempo, molto simili, che cercano di fuggire dalla realtà esterna, opprimente e esasperante, per rifugiarsi nel luogo che più concretamente rappresenta il loro stato di emarginazione.
Un elemento chiave per comprendere la profonda e tormentata psicologia dei protagonisti, deve essere ricercato nel travagliato rapporto che questi hanno con i genitori: Lorenzo è afflitto da una condizione di amore e odio per una madre eccessivamente apprensiva (complesso di Edipo?), mente Olivia prova un odio intrinseco per la madre di Lorenzo, che accusa di aver portato via suo padre da lei (complesso di Electra?).
La caratteristica principale del film è la radicata presenza di simbolismi che delineano non solo la figura dei personaggi, ma anche quella della cantina stessa. La cantina è parte di loro come loro sono parte della cantina, in un processo di reciproca fusione tra persona e ambiente.
Oltre alla componente simbolica dell’ambiente, all’interno della pellicola si nota la presenza di alcuni elementi zoologici che delineano la difficoltà del protagonista di approcciarsi al mondo: Lorenzo possiede come animali domestici un piccolo esemplare di armadillo, rappresentazione della sua condizione di ragazzo chiuso, e una colonia di formiche che, bloccate all’interno di una teca, finiscono per diventare espressione della sua “prigionia”.   
Un discorso e una poetica che tuttavia proseguono con una certa lentezza e, per certi versi, portati solo in parte a termine. Si ha la sensazione che Bertolucci preferisca non dare una propria risposta al film, bensì lasciare le conclusioni allo spettatore, libero di dare una propria interpretazione. Seppur lodevole, questa scelta potrebbe lasciare una certa insoddisfazione nello spettatore, che si aspetta un risvolto conclusivo concreto.
Anche se, a mio giudizio, questo film è un lavoro minore del regista parmense, bisogna comunque apprezzarne la regia fluida, che rimane encomiabile, e ,soprattutto, la meravigliosa fotografia di Fabio Cianchetti, superba nella delineazione dei contrasti fra luce e ombra, notte e giorno, nascosto e rivelato.
Anche se ancora acerba, l’interpretazione degli esordienti Jacopo Olmo Antinori (Lorenzo) e Tea Falco (Olivia) è apprezzabile: bravi nel dare le giuste sfaccettature ai loro personaggi.
Detto ciò non ci resta che attendere con fervore il prossimo progetto del regista e dire con sommo piacere “BENTORNATO MAESTRO!”.   


Voto: 6 ½

1 commento:

  1. A me le formiche, più che rappresentare la "prigionia" di Lorenzo, hanno suggerito il suo desiderio nascosto di "integrazione". Infatti le formiche hanno una società in cui tutti svolgono un compito e lavorano congiunti. Lorenzo, emarginato per sua stessa scelta, non può quindi che rimanere affascinato, se non almeno incuriosito da un simile modello comportamentale, che è l'esatto opposto del suo.

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