giovedì 15 novembre 2012

RECENSIONE “LA COLLINA DEI PAPAVERI”

di Luca D’Albis

Passato più velocemente di una cometa nelle sale italiane, si presenta a noi dopo più di un anno dall’uscita in Giappone La collina dei papaveri, secondo film di Goro Miyazaki, figlio del ben più noto Hayao, qui in veste di sceneggiatore, e trasposizione dell’omonimo shojo manga di Tetsuro Salama.
Nella Yokohama del 1963, la giovane Umi, ogni mattina, issa delle bandiere di segnalazione sull'asta situata nel giardino della casa-pensione dove vive con la nonna, i fratelli e qualche pensionante loro ospite.
Ogni mattina le risponde dalla barca del padre adottivo Shun, diciassettenne impetuosos e politicamente impegnato per la protezione del "Quartier Latin”, sede dei club scolastici e centro di cultura per gli studenti.
Dal giorno in cui si incontrano a scuola, tra Umi e Shun nasce una profonda amicizia che presto si trasforma in amore, tuttavia questi loro sentimenti dovranno scontrarsi con un oscuro mistero che proviene dal passato.
Dopo il non perfetto e prematuro I racconti di Terramare, Goro Miyazaky prende la saggia decisione di procedere con cautela e prevenzione, affidandosi alla mano più esperta e capace del padre in fase di scrittura e concentrando le sue attenzioni su un genere forse più gestibile del fantasy, ovvero il melodramma giovanile.
Strutturato a metà tra il giallo e il melodramma, La collina dei papaveri è un anime sulla ricerca dell’identità. I due giovani protagonisti per poter stare insieme devono prima capire chi sono e quale sia il significato della vecchia fotografia raffigurante il padre di Umi, morto tragicamente durante la Guerra di Corea, che entrambi possiedono.
La ricerca di un identità non solo anagrafica ma anche spirituale, una comprensione più approfondita del ruolo che si ha all’interno di un contesto e di un ambiente in fase di mutamento. Non è casuale il fatto che la storia avvenga un anno antecedente alla celebrazione delle Olimpiadi di Tokyo del 1964, le prime della storia a svolgersi su suolo asiatico, e nemmeno che la protezione e la conservazione della cultura storica del paese diventi uno dei temi centrali del film: l’impossibilità di rinnegare il passato per poter avere uno sguardo più speranzoso al futuro che si contribuisce a costruire.
La stessa animazione rispecchia la morale centrale della narrazione, avvalendosi dell’utilizzo di tecniche moderne e digitali, senza tuttavia abbandonare quelle classiche e artigiane che hanno caratterizzato negli anni i capolavori dello Studio Ghibi e più in generale della nobile tradizione dell’animazione giapponese.   
Affascinante il fatto che elementi naturali come il mare, la vegetazione e la pioggia, si fondano perfettamente nel contesto urbano, caratterizzato dalla presenza di case, strade, lampioni, porti e barche.
Pur essendo una storia semplice e meno ambiziosa come poteva essere Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, precedente lavoro dello Studio Ghibi, il tutto viene abilmente orchestrato, merito soprattutto della sceneggiatura di Miyazaky (padre), e accompagnato da una melodiosa colonna sonora che rimane presente per buona parte del film.
Forse non è uno dei migliori film dello Studio Ghibi, tuttavia non pretende neanche di esserlo, ed è in questo fatto che risiede la vera forza di La collina dei papaveri: la forza della non pretesa e del semplice raccontare una storia; una storia d’amicizia, d’amore e di purezza nel conservare la propria identità.


Voto: 7+


lunedì 12 novembre 2012

RECENSIONE “TED”

di Luca D’Albis

Tutti noi, almeno una volta in tenera età, abbiamo sognato fortemente che il nostro peluche preferito perdesse quello stato d’immobilità in cui è relegato per prendere vita e giocare con noi. Ma cosa succederebbe se ciò accadesse realmente?
Una possibile e… personale risposta, prova a darcela Seth MacFarlane creatore de I Griffin qui al suo debutto come regista, narrandoci una fiaba dai toni cartooneschi che rimane tuttavia fedele allo stampo grottesco, demenziale e Politically Uncorrect che caratterizzano le sue serie animate.
Pensato in principio come una serie a cartoni animati, Ted racconta la storia di John (Mark Wahlberg) che, la notte di Natale del 1985, esprime il desiderio che il suo orsacchiotto Ted potesse prendere vita. Il suo desiderio magicamente si avvera. Tuttavia Ted, all’apparenza tenero e coccoloso, è in realtà trasgressivo, volgare e immaturo, sempre pronto a trascinare John in qualche follia. Ciò porterà non poche difficoltà a John, soprattutto se vuole mantenere un rapporto stabile con la sua fidanzata Lori (Mila Kunis).
In questa commedia per adulti che in fondo vorrebbero, come il protagonista, rimanere dei bambinoni, degli eterni Peter Pan all’interno di un Isola che non c’è artificiale, MacFarlane spoglia l’orsacchiotto della sua immagine originaria di purezza e semplicità per dare forma e voce (è lui a doppiare Ted in originale) a una versione dissacrante, incontrollabile, non convenzionale ed estranea alla consueta forma di balocco.
Più che sulla storia, si può dire che Ted è un film che vive sul citazionismo più spudorato: dagli elementi più semplici e scenografici come poster di film famosi o programmi televisivi, a camei di spessore come Ryan Reynolds, Tom Skerritt, Norah Jones e, soprattutto, Sam J. Jones.
Soddisfacente è la prova di Mark Wahlberg e di Mila Kunis che si prestano bene alla farsa e formano insieme a Ted/MacFarlane un triangolo comico dalla buona alchimia.
Pur avendo momenti di spassosa comicità, il film tende a delineare il profondo limite che separa l’animazione dal Live-Action, e il cinema dalle serie televisive. MacFarlane, probabilmente troppo abituato allo schema seriale ed episodico della TV, non riesce a stabilizzare la pellicola per tutti i cento minuti, causando non poche lacune, soprattutto nella parte centrale.
Forse il più grande difetto del film è che non riesce ad esorcizzare quel senso di Déjà vu che aleggia per tutta la durata, dando allo spettatore la sensazione di assistere ad una lunga puntata de I Griffin o di American Dad. Inoltre, spesso, sembra quasi che Ted rimpianga il fatto di non poter essere un cartone animato e, di conseguenza, non possedere quelle possibilità quasi illimitate che caratterizzano i personaggi dei Cartoon.
Tuttavia il film, con il suo tratto “demenziale” ma allo stesso tempo intellettuale diverte e non sono pochi i momenti in cui sono spontanee delle sonore risate, soprattutto se si riescono a cogliere quelle “strizzate d’occhio” che il regista ci rivolge con dissacrante ironia. Perciò non me la sento di non consigliarlo, soprattutto a tutti coloro che amano il tocco tagliente, satirico e scorretto di MacFarlane.


Voto: 6

sabato 10 novembre 2012

RECENSIONE “IO E TE”

di Luca D’Albis

Dopo nove anni d’assenza e tanta attesa da parte dei suoi estimatori, Bernardo Bertolucci torna dietro la macchina da presa con Io e te, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti e ritorno del regista alla lingua italiana (era dal 1981 con  La tragedia di un uomo ridicolo che Bertolucci non girava un film interamente in italiano).
La storia narra di Lorenzo, adolescente chiuso e introverso, che all’insaputa di tutti si nasconde nella cantina del suo palazzo invece di partire con la scuola in “settimana bianca”. Tuttavia, durante la permanenza, subentra la sorellastra (da parte di padre) Olivia, tossica catanese che sconvolge il precario equilibrio che Lorenzo s’è costruito. In questi giorni di convivenza, i due hanno modo di conoscersi profondamente e di fare luce sulle tenebre che portano dentro.
Presentato fuori concorso alla 65° mostra del Festival di Cannes, con Io e te Bertolucci prosegue il discorso sulla alienazione adolescenziale, già trattato in Io ballo da sola e The Dreamers, con un film sulla solitudine; la solitudine di due individui molto diversi, ma allo stesso tempo, molto simili, che cercano di fuggire dalla realtà esterna, opprimente e esasperante, per rifugiarsi nel luogo che più concretamente rappresenta il loro stato di emarginazione.
Un elemento chiave per comprendere la profonda e tormentata psicologia dei protagonisti, deve essere ricercato nel travagliato rapporto che questi hanno con i genitori: Lorenzo è afflitto da una condizione di amore e odio per una madre eccessivamente apprensiva (complesso di Edipo?), mente Olivia prova un odio intrinseco per la madre di Lorenzo, che accusa di aver portato via suo padre da lei (complesso di Electra?).
La caratteristica principale del film è la radicata presenza di simbolismi che delineano non solo la figura dei personaggi, ma anche quella della cantina stessa. La cantina è parte di loro come loro sono parte della cantina, in un processo di reciproca fusione tra persona e ambiente.
Oltre alla componente simbolica dell’ambiente, all’interno della pellicola si nota la presenza di alcuni elementi zoologici che delineano la difficoltà del protagonista di approcciarsi al mondo: Lorenzo possiede come animali domestici un piccolo esemplare di armadillo, rappresentazione della sua condizione di ragazzo chiuso, e una colonia di formiche che, bloccate all’interno di una teca, finiscono per diventare espressione della sua “prigionia”.   
Un discorso e una poetica che tuttavia proseguono con una certa lentezza e, per certi versi, portati solo in parte a termine. Si ha la sensazione che Bertolucci preferisca non dare una propria risposta al film, bensì lasciare le conclusioni allo spettatore, libero di dare una propria interpretazione. Seppur lodevole, questa scelta potrebbe lasciare una certa insoddisfazione nello spettatore, che si aspetta un risvolto conclusivo concreto.
Anche se, a mio giudizio, questo film è un lavoro minore del regista parmense, bisogna comunque apprezzarne la regia fluida, che rimane encomiabile, e ,soprattutto, la meravigliosa fotografia di Fabio Cianchetti, superba nella delineazione dei contrasti fra luce e ombra, notte e giorno, nascosto e rivelato.
Anche se ancora acerba, l’interpretazione degli esordienti Jacopo Olmo Antinori (Lorenzo) e Tea Falco (Olivia) è apprezzabile: bravi nel dare le giuste sfaccettature ai loro personaggi.
Detto ciò non ci resta che attendere con fervore il prossimo progetto del regista e dire con sommo piacere “BENTORNATO MAESTRO!”.   


Voto: 6 ½