di Luca D’Albis
Nella Yokohama del 1963, la giovane Umi, ogni mattina, issa delle bandiere di segnalazione sull'asta situata nel giardino della casa-pensione dove vive con la nonna, i fratelli e qualche pensionante loro ospite.
Ogni mattina le risponde dalla barca del padre adottivo Shun, diciassettenne impetuosos e politicamente impegnato per la protezione del "Quartier Latin”, sede dei club scolastici e centro di cultura per gli studenti.
Dal giorno in cui si incontrano a scuola, tra Umi e Shun nasce una profonda amicizia che presto si trasforma in amore, tuttavia questi loro sentimenti dovranno scontrarsi con un oscuro mistero che proviene dal passato.
Dopo il non perfetto e prematuro I racconti di Terramare, Goro Miyazaky prende la saggia decisione di procedere con cautela e prevenzione, affidandosi alla mano più esperta e capace del padre in fase di scrittura e concentrando le sue attenzioni su un genere forse più gestibile del fantasy, ovvero il melodramma giovanile.
Strutturato a metà tra il giallo e il melodramma, La collina dei papaveri è un anime sulla ricerca dell’identità. I due giovani protagonisti per poter stare insieme devono prima capire chi sono e quale sia il significato della vecchia fotografia raffigurante il padre di Umi, morto tragicamente durante la Guerra di Corea, che entrambi possiedono.
La ricerca di un identità non solo anagrafica ma anche spirituale, una comprensione più approfondita del ruolo che si ha all’interno di un contesto e di un ambiente in fase di mutamento. Non è casuale il fatto che la storia avvenga un anno antecedente alla celebrazione delle Olimpiadi di Tokyo del 1964, le prime della storia a svolgersi su suolo asiatico, e nemmeno che la protezione e la conservazione della cultura storica del paese diventi uno dei temi centrali del film: l’impossibilità di rinnegare il passato per poter avere uno sguardo più speranzoso al futuro che si contribuisce a costruire.
La stessa animazione rispecchia la morale centrale della narrazione, avvalendosi dell’utilizzo di tecniche moderne e digitali, senza tuttavia abbandonare quelle classiche e artigiane che hanno caratterizzato negli anni i capolavori dello Studio Ghibi e più in generale della nobile tradizione dell’animazione giapponese.
Affascinante il fatto che elementi naturali come il mare, la vegetazione e la pioggia, si fondano perfettamente nel contesto urbano, caratterizzato dalla presenza di case, strade, lampioni, porti e barche.
Pur essendo una storia semplice e meno ambiziosa come poteva essere Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, precedente lavoro dello Studio Ghibi, il tutto viene abilmente orchestrato, merito soprattutto della sceneggiatura di Miyazaky (padre), e accompagnato da una melodiosa colonna sonora che rimane presente per buona parte del film.
Forse non è uno dei migliori film dello Studio Ghibi, tuttavia non pretende neanche di esserlo, ed è in questo fatto che risiede la vera forza di La collina dei papaveri: la forza della non pretesa e del semplice raccontare una storia; una storia d’amicizia, d’amore e di purezza nel conservare la propria identità.
Voto: 7+
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